Giovedì, mentre in TV impazzavano il Festival e la finale di Masterchef, a Piazzapulita su La7 Stefano Massini ha recitato questo monologo ispirato dalle parole di Gramsci del 1917. Massini mette a nudo le difficoltà di un partito, il mio, quello di cui faccio orgogliosamente parte, che è troppo concentrato sulle sue dinamiche interne e non riesce più a prendere posizioni nette e a scegliere le sue battaglie, schierarsi con una linea chiara sui grandi temi per delimitare il suo spazio politico in maniera esplicita, sincera ed inequivocabile.
E’ evidente che le dimissioni di Zingaretti rappresentino la punta dell’iceberg dei problemi del partito, anche perchè non sono le uniche negli ultimi mesi: nei diversi territori (anche nei nostri) già si sono viste situazioni analoghe, con segretari sfiancati e logorati da un correntismo sempre più sfrenato che rende lo spazio politico del PD assimilabile ad una arena nella quale le correnti si sfidano, poco sui contenuti e molto per contendersi i “posti al sole”.
Non vivo su Marte e sono consapevole che non esiste un partito senza correnti, ma perchè questo fenomeno possa essere utile alla sua comunità, il confronto deve essere sui temi, sugli obiettivi e sugli ideali, non un mero pretesto per contarsi e distribuire cariche. Quella che potrebbe essere vissuta come vivacità intellettuale ed un arricchimento della proposta politica, si traduce invece in una palude che sta soffocando lentamente il partito.
Perchè, come dice Stefano Massini in questo monologo, si fa fatica oggi a capire quali siano le battaglie e gli ideali del Partito Democratico ed è lecito chiedersi dove stia il fuoco che ti smuove e ti fa dire “io sto con questo e non con quello”. La scelta del prossimo Segretario (ammesso e non concesso che Zingaretti ritiri le dimissioni, soluzione più “agile” in questo momento), su quale base la faremo?
Mi pare poco interessante il toto-postZingaretti che si legge sui quotidiani di oggi: Letta, Veltroni (hanno ancora la tessera del partito?), Provenzano, Orlando, Cecilia d’Elia…mancano solo Messi ed Ibrahimovic. Sembra di leggere i titoli di Tuttosport nei mesi della campagna acquisti della Juve. I ragionamenti che si leggono hanno inoltre come principio cardine il rispetto degli equilibri tra le correnti e onestamente spero che non verrà seguita questa modalità, saremmo fuori strada. Il PD deve confrontarsi con ciò che sta fuori dal PD, deve smettere di essere autoreferenziale. Mi confronto spesso con iscritti, simpatizzanti ed elettori del PD e tutto quello che sta succedendo in questi giorni nel partito appare, a chi lo vede da lontano, come un enorme circo completamente scollegato dal paese reale.
Le dimissioni di Zingaretti possono essere l’occasione per cambiare paradigma. Non partendo dai nomi, ma dalle battaglie. Partiamo dal ridisegnare i confini del nostro spazio politico, diamo risposte chiare: lavoro, ambiente, diritti, cultura, recupero delle periferie. Niente libro dei sogni o proposte aleatorie, chiariamo quali sono i nostri obiettivi concreti e ripensiamo il modello di coinvolgimento degli iscritti: diamo un significato al possesso della tessera del PD, gli iscritti ci chiedono di poter incidere in maniera diretta. E’ necessario riaccendere quel fuoco che oggi sembra spento.
Il partito non può rimanere bloccato per l’inerzia della sua classe dirigente, il nostro compito non è rinchiuderci nelle stanze dei bottoni e decidere tutto sulla base di equilibri tra correnti, ma stare dentro la realtà, guardarci intorno, respirarla e agire. Cambiare. Se vogliamo uscire dalla palude, io non vedo altri percorsi plausibili e mi auguro che l’Assemblea Nazionale del PD prenda atto della necessità di cambiamento: prima si parli di agenda politica, di identità e dopo, sulla base dei contenuti, parliamo di nomi.

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